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mercoledì, novembre 17, 2004
ritorno con un racconto
BREVE VIAGGIO
>
> Il cartello segnalava traffico intenso e lunghe code, ma per fortuna tutto
> era fluito meglio del previsto e l’auto non aveva perso velocità .
> La pineta di Castelfusano le aveva riportato alla mente alcuni ricordi
> che credeva sepolti del tutto. Non muore mai niente del tutto, aveva
> pensato, non fino a quando la memoria riesce a tramandare le cose vissute.
> Fra i pini di Monte Pellegrino aveva fatto un giorno l’amore con Dino. Era
> un pomeriggio di marzo, la luce filtrava attraverso la fitta rete degli
> alberi e loro si erano accorti, dopo, di una figura che andava in giro
> spiando. Lei aveva provato disagio, si era sentita come frugata, violata,
> lui aveva riso: è un povero matto, non ci conosce nemmeno, cosa vuoi che gli
> importi. Questo ricordo era stato per lungo tempo motivo di fastidio, ma nel
> tempo le aveva procurato tenerezza e rimpianto. Ora, solo indifferenza. Era
> soltanto un episodio fra altri. Il tempo aveva prosciugato tante emozioni.
> Si erano susseguite tante stagioni, nella sua stanza si erano regolarmente
> alternati stufa e climatizzatore, innumerevoli volte sulla sua terrazza i
> cuscini colorati avevano ceduto il posto ai teli cerati.
> Aveva preso dei biscotti dalla sacca posata ai suoi piedi e li aveva
> mangiati con avidità , poi aveva versato in un bicchiere di carta
> un’abbondante dose di succo di frutta. Ingurgitandolo aveva pensato che la
> sua dieta era andata a farsi benedire. Troppe trasgressioni, che però le
> davano una specie di eccitazione, mentre si diceva che appena fosse stata a
> casa avrebbe ripreso le sue regole alimentari. Era come ritornare bambina,
> quando la sera ripassava i buoni propositi per il giorno dopo: niente bugie,
> studiare di più, andare più spesso in chiesa…
> Il tempo dell’infanzia era talmente remoto che le pareva appartenesse
> ad un’altra persona, pure le piaceva indugiare in qualche piccolo
> particolare insignificante e costruirvi sopra fino al punto di non capire
> più dove finiva il ricordo e dove incominciava la fantasia. Erano
> dell’infanzia anche la paura e l’insicurezza che non l’avevano mai
> abbandonata del tutto, e il bisogno di una presenza fisica che colmasse la
> distanza fra sé e il mondo che la circondava. Questo l’aveva spesso condotta
> a scelte sbagliate, a volte soltanto subite: incontri, relazioni, amicizie,
> amanti, tutto pur di vincere la paura dell’isolamento, pur di non perdere il
> legame, seppure effimero, con i suoi simili. Ed era un bisogno incontenibile
> riempire ogni ora di ogni giorno, sfuggire al silenzio anche di un solo
> momento, disertare la casa, accumulare indumenti su sedie e poltrone
> rinviando all’infinito la decisione di mettere ordine. Anche questo breve
> viaggio era il risultato della sua paura, una decisione presa per non patire
> la lontananza da Vanni e per cercare di rinsaldare quello che sperava si
> potesse trasformare in un vincolo duraturo.
>
> Era ancora tutto in gioco. Ancora due giorni, un tempo abbastanza
> lungo per recuperare il periodo della permanenza di Vanni a Milano. Erano
> stati quattro giorni insensati, lui dai suoi figli, lei dalla cugina
> Liliana. Quattro giorni di noia e di pensieri tristi. Il cielo sempre
> grigio, oscurato da intense nuvole che, di tanto in tanto, riversavano
> pioggia; i bambini di Liliana che litigavano urlando, le telefonate di Vanni
> che tardavano ad arrivare. A denti stretti attendeva di ritornare, faceva
> progetti rifiutandosi di tenere conto che oltre alla sua esisteva la
> manifestazione di un'altra volontà . Quattro giorni lunghissimi,
> insopportabili se non fosse stato per quel fine settimana in Valtellina dove
> Liliana aveva insistito per portarla. LÃ era riuscita a mettere da parte
> ogni cruccio. Tutto era nuovo e insospettato. Le case si rassomigliavano
> tutte, con i loro tetti di legno, le balconate infiorate di gerani
> multicolori, a ridosso dello Stelvio, superbo nella sua verde magnificenza.
> Un paesaggio da fiaba nordica, dal quale pareva dovessero apparire da un
> momento all’altro gnomi e folletti, così lontano e diverso da quelli della
> sua Sicilia, solari, bruciati dalla calura, circondati dal turchino delle
> acque mediterranee, soffusi di azzurro e di giallo.
> Nel silenzioso torpore generato dal monotono scorrere della strada le
> passavano sotto le palpebre socchiuse le immagini dei giorni trascorsi, ma
> tutto era confuso, ingarbugliato, gli eventi di ieri si intrecciavano con
> quelli di due giorni prima, quello che era già accaduto si mescolava con
> quello che pensava potesse accadere, il tempo passato le sembrava un nastro
> con tanti nodi ancora da sciogliere. Si sentiva sotto l’effetto di
> un’anestesia.
> E in quel vuoto pieno di tante sensazioni irreali le era giunta la
> voce preoccupata di Vanni che sospettava un guasto alla macchina.
>
> Alla prima area di servizio Vanni si era fermato per un controllo.
> No, l’auto non era in condizioni di affrontare il lungo tragitto che ancora
> li aspettava, aveva detto il meccanico, bisognava fermarsi, un giorno o due,
> non era in grado di precisare, occorreva rivedere il motore se non volevano
> correre il rischio di restare bloccati in autostrada. Gli aveva dato
> l’indirizzo di un’officina e una guida degli alberghi. Vanni si era riseduto
> al posto di guida in silenzio, era pallido e nervoso, non si risolveva a
> niente, né a ripartire né a scendere dall’auto.
> "Prendiamo un caffè- aveva detto lei- E’ un banale guasto, risolveremo
> tutto entro domani"
> Dopo il caffé era andata alla toilette. Aveva guardato il suo viso
> riflesso sullo specchio appannato del lavabo: gli occhi erano cerchiati, i
> capelli in disordine, la pelle opaca, inaridita dalla polvere e dall’aria,
> le labbra screpolate. Aveva estratto il rossetto dalla borsa e se l’era
> passato più volte sulle labbra, aveva ravviato i capelli portandoli tutti
> indietro e si era spruzzata alcune gocce di profumo dietro le orecchie e sui
> polsi. Si sentiva un po’ rimessa a nuovo, in grado di affrontare il seguito.
>
> L’albergo sul lido di Ostia li aveva accolti con una folata di vento
> caldo che alzava la polvere e le foglie cadute dagli alberi. Il litorale era
> disseminato di insegne luminose, una gazzarra di luci colorate che non
> riuscivano a smorzare la malinconia della sera autunnale.
> Era una doccia la cosa che desiderava di più, aveva detto, deponendo la
> borsa da viaggio sulla sedia e iniziando a spogliarsi. Gli indumenti
> cadevano uno per uno disordinatamente sul letto, non si era neppure
> preoccupata di tirare le tende nell’ansia di guadagnare per prima la strada
> verso la stanza da bagno. L’acqua che le scorreva addosso le dava un senso
> di liberazione, si strofinava la pelle come se dovesse espellerne uno
> strato, come se da quella abluzione avesse dovuto venire fuori depurata,
> miracolata.
> Si era distesa sul letto avvolta nel telo di spugna, cedendo il bagno
> a Vanni e aspettando che lui le si stendesse accanto. Dopotutto quella sosta
> forzata poteva risolversi in loro favore, aveva pensato, una pausa di
> distensione utile anche ad affrontare il discorso che li riguardava.
> Dopo la doccia Vanni si era messo a letto cupo in volto, gli occhi
> arrossati. Si era allungato sul materasso silenziosamente, con lo sguardo
> perso dentro il bianco del soffitto.
> "E’ soltanto un guasto- aveva detto lei- domani lo faremo riparare e sarÃ
> tutto risolto" Lui si era agitato e si era coperto il viso con le mani che
> iniziavano a tremare. "Bisognerà sostituire parte del motore- aveva spiegato
> con la voce che si spezzava- non è roba da poco"
> "Va bene -aveva ribadito lei- è solo una questione di soldi"
> Ma Vanni aveva un tremito per tutto il corpo, piangeva.
> "Non ho soldi- aveva detto- ho lasciato a Lidia un assegno per tutta la
> scopertura del mio conto. Era nei guai,confusa, avvilita, disperata"
> Aveva capito tutto: i giorni trascorsi con Lidia e i ragazzi, le
> telefonate che non arrivavano e lui che andava sbandierando ai quattro venti
> come la sua ex fosse stata gentile e disponibile,quasi amabile, come si
> fossero intesi bene su tutto, tanto da aver preso anche in considerazione
> l’ipotesi di un’eventuale riconciliazione. Tutto quello che le aveva
> procurato l’ansia dolorosa di una possibile rottura fra lei e Vanni adesso
> le appariva sotto una luce nuova, quella vera: Lidia aveva soltanto circuito
> Vanni con l’intento di prosciugare le sue risorse economiche, lasciandolo in
> preda alla sua nevrosi e alla sua labilità emotiva.
> Il mio prossimo uomo, aveva pensato, saltando completamente la fase
> del compatimento, se mai ci sarà , dovrà essere ricco e senza problemi.
> Si era alzata. Il telo di spugna le era scivolato e lei si era
> ritrovata nuda davanti allo specchio. Aveva guardato il suo corpo con
> attenzione critica. Che cosa ho che non va, si era chiesta, per attirarmi
> sempre addosso le storie più impossibili. E aveva ripensato al passato, a
> tutte le sue storie d’amore senza lieto fine e a tutte le amarezze che le
> avevano lasciato. Per chiudere una storia, anche la più infelice, aveva
> avuto bisogno di iniziarne un’altra e per questo non aveva mai capito a
> tempo in cosa si imbarcava. Andava avanti come nel gioco della mosca cieca,
> senza sapere mai di chi era la spalla che aveva sfiorato con le dita. Era
> stata una catena, un anello dentro l’altro. Un passaggio di testimone, una
> staffetta, ma al traguardo della serenità e della pienezza d’amore non
> l’aveva mai condotta nessuno. Tutti gli uomini che aveva conosciuto le
> avevano recato in dono i loro problemi, le loro situazioni pregresse, la
> loro instabilità , spesso la precarietà delle risorse finanziarie che aveva
> fatto di tutto per risanare.
> Vanni guardava le sue nudità senza vederle, le mani strette al
> lenzuolo. Gli si era avvicinata e si era accorta che i nervi lo stavano
> vincendo. Allora aveva aperto la valigetta di lui ed aveva cercato il
> Valium. Ne aveva versato alcune gocce nel bicchiere che stava sul tavolo, vi
> aveva aggiunto dell’acqua e glielo aveva porto. Lui aveva seguito le sue
> mosse inebetito, aveva preso il bicchiere con tutte e due le mani e ne aveva
> inghiottito il contenuto tutto d’un fiato.
> Ora mi toccherà pure consolarlo, aveva pensato, e per un attimo aveva
> provato un moto di compassione. Si era chinata su di lui, lasciando che i
> suoi seni gli sfiorassero il petto. Cercava di stabilire un contatto fisico
> che allentasse la tensione e riportasse le cose ad una dimensione meno
> greve. Lui le si era avvinghiato come ad un ceppo incontrato fortunosamente
> durante un naufragio. Non parlava ma si stringeva a lei e la guardava come
> se volesse dirle delle cose che però non riusciva a dire. Allora gli aveva
> accarezzato la guancia col dorso della mano e aveva detto: "Sta’ tranquillo,
> penserò io a tutto"
> Quelle parole pareva lo avessero calmato, si era assopito e lei si era
> sentita irrimediabilmente sola in quella stanza estranea, in quell’ambiente
> anonimo che tutti gli effetti personali non riuscivano a personalizzare.
>
> Dalla finestra guardava il mare. Era scuro ed agitato per via del
> vento che sollevava tutt’intorno mulinelli di sabbia. Sulla spiaggia gli
> ombrelloni chiusi erano piccoli alberi ischeletriti . Nel gazebo di sotto
> all’albergo le poltroncine bianche e rosse di resina erano poggiate ai
> tavoli in una posizione d’abbandono. Le giungeva, attraverso i vetri
> sporchi, un’atmosfera da sobborgo di periferia. Si era chiesta dove fosse
> finita la magia di quel luogo e se mai fosse esistita. Ora quel posto non
> era che un ammasso di costruzioni che avevano invaso ogni più piccola
> porzione di spazio. Restava solo il mare.
> Sono troppo stanca, aveva pensato, tutto mi appare in una luce triste..
> Ritornando ogni cosa riassumerà le giuste proporzioni. Anche il viaggio, con
> tutte le insofferenze ed i cattivi pensieri, le si sarebbe ripresentato come
> qualcosa di piacevole, un intermezzo del quale avrebbe ricordato le fasi
> migliori. Ma non riusciva ad immaginare il seguito, tutto era ipotetico,
> imprevedibile, solo la sua ansia, la solitudine di tanti giorni vissuti
> nell’altalena del sì e del no erano una realtà immaginabile.
> Il centralinista dell’albergo le aveva passato la telefonata di Vanni.
> Le diceva che ne avrebbe avuto per tutto il pomeriggio, ma che l'avrebbe
> raggiunta nell'intervallo del pranzo, che prenotasse, sì, certo, al
> ristorante dell’albergo, era più comodo, se tutto andava bene si sarebbero
> rimessi in viaggio in serata. Sembrava non avere vissuto l’abbandono e lo
> scoraggiamento della sera prima, quella forma di muta disperazione che lo
> aveva consegnato al totale sconvolgimento dei nervi.
> Quando al mattino si era alzato sembrava rinvigorito, recuperato alla piena
> padronanza di sé ed aveva atteso alle consuete pratiche mattutine senza fare
> alcun riferimento ai fatti della sera prima. Era uscito come sgravato, senza
> mostrare segni di nervosismo o di preoccupazione. L’aveva abbracciata e
> nell’abbracciarla aveva cercato di stabilire un’intesa che preludesse ad un
> contatto più profondo. Come se avesse voluto aprirle la vestaglia e
> distenderla lì, su quel letto, nuda, e fissarvela come una farfalla
> imbalsamata, nell’attesa del suo ritorno.
> Il vento sbatteva alla finestra, fischiava attraverso le stecche delle
> tapparelle e passando per gli spifferi gonfiava la pesante tenda verde.
> Aveva tolto dalla borsa il libretto degli assegni, aveva segnato una
> cifra e lo aveva firmato. Lo aveva deposto sul tavolino da notte fermandolo
> con il pesante e dozzinale posacenere di vetro.
> Al tassista che l’aspettava sotto la cupoletta di plexiglas
> all’ingresso dell’albergo aveva detto, con voce sicura:
> "Alla stazione, prego"
>
>
>
>
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postato da niete26, 15:35 | link | commenti (5)
domenica, settembre 26, 2004
l'amico blogger hladik dice:resta,ci raccontiamo un po' di cose.ssssì...ti racconto che la mia estate è stata una cacca,che ogni anno mi pare che debba andare meglio e invece...scirocco sulle coste d'africa del mio paese, quasi il più a sud della penisola italica, orde di bagnanti indisciplinati che lasciano monnezza a futura memoria...dove sono i paradisi che ci sventolano le agenzie turistiche? dove le belle in bikini e i palestrati seminudi? chimere. intanto ecco l'autunno,più discreto, più raccolto, più a misura d'uomo. beh,quest'anno l'autunno mi ispira, sarà che è "nell'autunno" anche la mia data di nascita? mah
postato da niete26, 15:58 | link | commenti (3)
lunedì, settembre 20, 2004
D'AUTUNNO
quest'autunno di giochi tardivi
di mele cotogne di carne e castagne
quest'autunno di incontri vissuti
per dire a se stessi che niente è finito
ed è ancora lontano l'inverno del cuore
quest'autunno di baci che accendono
braci soltanto sopite
e pensieri di miele su croste d'amaro
quest'autunno di foglie redente
non vive non secche neanche raccolte
ma sul ciglio del bosco lasciate marcire
quest'autunno non vuole morire
postato da niete26, 23:31 | link | commenti (3)
sabato, settembre 18, 2004
AUTUNNO SICILIANO
Non c'è grigio a velare il mattino
Né odore di erba disseccata
Ride di rosso l'allegra melagrana
Spaccata in due da morsi di piacere
Api dorate volteggiano sull'uva del paniere
fumano le castagne allo scirocco d'ottobre
e sul tuo corpo ancora non s' è spenta
l'ardita carezza del sole
postato da niete26, 21:53 | link | commenti (4)
domenica, luglio 11, 2004
Ho trascurato molto il mio blog.adesso mi accorgo che non scrivo niente da un mese.vuoto.vuoto di parole e di emozioni,solo ansia. ritorno perché non voglio inaridirmi del tutto,perché voglio connettere i miei pensieri con le parole scritte. voglio che questa sia una ripresa, un ponte fra il silenzio e il rumore dell'anima
postato da niete26, 11:36 | link | commenti (6)
domenica, giugno 13, 2004
Esci dal mormorio segreto di quest'ora
lasciando perle d'uomo
a navigare sopra l'ombelico.
Sono nuvole d'aria le parole
silenziosa ricchezza
che resta tatuata sul cuscino
mentre nel chiaroscuro si rinnova
l'onda che ci trasporta ad altri mari.
Nel lungo corridoio della sera
stazionano le ombre di noi due
strette nel cerchio chiuso dell'abbraccio
Sarà notte fra poco
e i nostri passi andranno ad altre vie
a raccontarsi la vita d' ogni giorno.
postato da niete26, 22:52 | link | commenti (7)
lunedì, giugno 07, 2004
DOPO
"A quindici anni, prima viene l'amore e poi il sesso. Alla nostra età prima viene il sesso e poi, se possibile, l'amore. O quell'empatia, quel "sentirsi" reciprocamente che potremmo chiamare amore. Piccola, devi convenirne, è così".
Ho dovuto dargli ragione. Ma con rammarico. Perché sono arrivata fin qui investendo la potenzialità dei sentimenti in una forma ideale, per accorgermi alla fine che forse ho sbagliato tutto.
"Stai scopando con un'altra?"
"No, però… c'è una con la quale scoperei volentieri"
"Forse l' hai già fatto"
"No, l'ho solo incontrata un paio di volte"
"Se lo fai, voglio saperlo"
"Perché?"
"Per prendere dei provvedimenti"
"Cioè ?"
"Cioè niente. Pensa solo a quello che ti ho detto"
"Però anche se penso di scopare con un'altra, sento che con te è diverso. Ti sento proprio dentro di me. Il desiderio per un'altra è passeggero. Una volta,due volte…non significa niente"
"Tante scopate fanno una relazione"
"Manco per niente!"
"Ti preoccupa l'eventualità che ti abbandoni?"
"Questo è nell'ordine naturale delle cose. L'abbandono mi appartiene, è nel mio DNA"
Tonf. La prima pietra di una possibile demolizione cade nella fossa del silenzio.
Il letto è ancora caldo dei nostri corpi, è impregnato dei nostri odori e le parole vagano nell'aria con una leggerezza che dovrebbe sconvolgermi, che in altri tempi mi avrebbe sconvolta. Sfiorano il mio cervello senza disturbarne i neuroni. E' questa perdita di coscienza, questa freddezza razionale che ostruisce i condotti sentimentali che ci fa credere pronti a reggere qualsiasi spoliazione?
"Ehi, cucciolo, sono cose che succedono. Uno vede una donna, è carina, un pizzico d'attrazione… e tutto si esaurisce lì. Potrebbe capitare anche a te"
Le parole dell'amore si allontanano, si sperdono per la stanza come volute di fumo, si liquefanno fino a scomparire. I corpi sono vicini, le gambe dell'uno insinuate fra quelle dell'altra, gli occhi ancora socchiusi inseguono le carezze andate, le mani sfiorano lievemente la pelle accaldata, il cuore ha regolato le pulsazioni. Ma già la mente è altrove. La sua forse insegue un altro corpo, immagina altre sensazioni, altri luoghi. O forse si lascia prendere da pensieri più pedestri, il lavoro, i soldi che non bastano mai, l'auto da revisionare. La mia è intrappolata in una specie di meraviglia per il modo in cui riesce ad accettare le trasformazioni di una realtà in movimento. Una volta avrei desiderato penetrare nei pensieri dell'altro ed avrei offerto i miei, nudi e candidi così come appena partoriti. Ma ho imparato che a volte è meglio rimanere sulla superficie e che ad andare troppo in fondo si rischia di non emergere più.
Era un altro giugno, quello dell'incontro, a condurci l'uno verso l'altra. Uno stupore nuovo, un incanto inaspettato, come tutto quello che comincia. I passi incerti, le parole da inventare, i corpi che si scoprono, si annusano, si avvicinano nello smarrimento di sensazioni ritrovate. Lontano, ignoto il logorio che sfinisce ed annulla, soltanto il prodigio dell'inizio a fantasticare certezze.
Questo giugno alimenta paure. No, neanche, ci dà la misura del nostro perderci nei mutamenti, del nostro inseguirci fra attese e silenzi, del nostro destino del dopo.
postato da niete26, 14:07 | link | commenti (5)
domenica, maggio 30, 2004
La sposa è bellissima. Come tutte le spose nel giorno in cui la vita le fa protagoniste. Meno male che ormai ai matrimoni non mi commuovo più né m'immalinconisco. E poi a dire il vero questo è un matrimonio allegro, affollato di giovani coppie che prendono affettuosamente in giro i novelli sposi. Sul sagrato della chiesa di S. Orsola li hanno tempestati con getti di riso pasta e petali di rose. Dicono che porti fortuna. Il prete era giovanissimo e imbranato, ha dichiarato che quello era il suo "secondo matrimonio" senza aggiungere "che celebrava", così ha fatto sorridere tutti perché sembrava che il primo lo avesse sciolto con un divorzio. Oltre la vetrata Erice è tutta una nebbia. Sono scomparse le isole, le saline, le pinete, solo una coltre di fumo che cancella lo sfolgorio di maggio. Allungo lo sguardo cercando di trovare un piccolo strappo in quella cortina . Come se fosse possibile. Il vento che arriva dal nord ha accumulato le nubi in una spessa tela, un velario che pudicamente nasconde le splendide nudità di una regina.
"Ciao, non mi riconosci?"
Lunga pausa di incertezza di fronte alla signora in tailler-pantaloni rosa fragola.
"No, mi spiace, chi sei?"
Il viso mi è vagamente noto, forse l'ho incontrata da qualche parte.
"Ci siamo incontrate al matrimonio di Antonio"
Sì, forse, anzi certamente. Ma sono passati…quanti anni? Dodici, tredici?
"Scusami, non ricordo"
Lei sorride e scopre la dentatura irregolare, gli occhi sono due buchetti dietro gli occhiali.
"Istituto Santa Caterina, stesso banco…"
"Ernesta!"
Adesso ride. Sì, Ernesta, la prima della classe prima che arrivassi io. Dopo ci siamo divise equamente la benevolenza dei professori. Dopotutto non è cambiata molto. Le trecce di un biondo sbiadito sono diventate un corto castano scuro, i denti sono quelli di allora, un po' storti, gli incisivi accavallati, anche allora portava spesse lenti da miope. Però adesso ha una bella figura, slanciata, elegante, ai lobi due grosse perle le illuminano il viso.
"Ho sempre desiderato incontrare qualcuno dei compagni di allora- dico- ma non è mai successo. Per me quello è stato un anno importante"
"Non ho più incontrato nessuno neanche io. Dispersi, inghiottiti dal tempo"
"Fai la farmacista mi pare"
"No, sono medico, ma lavoro in un laboratorio di analisi"
Già , era sua madre la farmacista. Il nonno era uno scrittore noto di cui lei si vantava. Lo incontravamo nelle letture antologiche ed io un po' la invidiavo per questa ascendenza letteraria.
"Tu,invece?"
"Io mi sono dedicata alla scrittura, qualche libro, un po' di attività giornalistica"
"La tua famiglia?" chiedo.
"Sono sola, con i miei gatti"
"Sola anch'io, con le mie poesie"
Ci distrae il taglio della torta. Applaudiamo anche noi, con il sorriso di circostanza e ci avviciniamo agli sposi per il brindisi augurale. Le coppe di cristallo tintinnano urtandosi leggermente. La sposa adesso mostra un po' di stanchezza. Il volto che al mattino il trucco rendeva levigato si è appannato, lo sguardo si è fatto meno luminoso, il piccolo chignon dietro la nuca lascia sfuggire qualche ciocca scomposta. Ora che gli invitati sciamano verso l'uscita lei si è lasciata cadere su una sedia e distende le gambe. Il bell'abito ha l'orlo dello strascico bordato di nero per tutta la polvere e lo sporco che ha raccolto.
"Bella, Barbara", dice Ernesta.
"Sì, davvero, una giovane principessa"
"Al prossimo incontro"
"Sì, speriamo presto"
Ci salutiamo con due baci sulle guance. Lei ritorna ai suoi gatti, io alle mie poesie. L'istituto Santa Caterina è un fantasma come quelli che i miei compagni dicevano l'abitassero; è ritornato nel buio e nel silenzio,come quando aspettavo, sola nell'aula vuota, che mio padre venisse a prendermi.
postato da niete26, 23:45 | link | commenti (4)
martedì, maggio 25, 2004
Le nuove frontiere del sesso
Pendolari di tutto il mondo, unitevi nel toothing. Parola (e pratica) magica (dall'inglese to tooth, mordere, rosicchiare) che vi aiuta ad ingannare il tempo mentre viaggiate in treno, in metropolitana, ma anche durante un noioso convegno di lavoro. Si rimorchia, si fa un po' di sesso al volo, con la certezza (e questo fa la differenza) di sentirsi dire di sì. Il toothing, la nuova frontiera dell'accoppiamento mordi-e-fuggi, arriva dalla Gran Bretagna e sta mandando in delirio i giovani (ma non solo) lavoratori inglesi. Tutto grazie alla tecnologia Bluetooth e ad un protocollo azionato da un gruppo di ragazzi britannici.
Quasi tutti i nuovi telefoni cellulari e i palmari sono equipaggiati con Bluetooth, e sono in grado di identificare gli altri apparecchi (segnalandone numero telefonico, modello e nickname) che si trovano negli immediati paraggi. Il toother, prendiamo ad esempio un uomo, dà un occhiata, e se trova un nome femminile, o un nick che potrebbe essere di donna, manda un sms (di solito con scritto "Toothing?"), tanto per vedere che aria tira. Se la risposta è positiva, inizia il gioco. Che può concludersi a casa di uno dei due interlocutori o, nel caso di ormoni tempestosi, anche nella più vicina toilette.
L'inventore della nuova mania si chiama Jon, anche se è diventato celebre con il nome d'arte di Toothy Toothing. E racconta: "Vivo in una città -dormitorio vicino a Londra, e la mattina, prendo il treno per un viaggio lungo e noioso. Ho iniziato a fare toothing lo scorso novembre, con uno scambio di sms con un'altra pendolare, Angela. Ci siamo dati appuntamento nella toilette dello scompartimento, e abbiamo consumato".
postato da niete26, 22:19 | link | commenti (3)
domenica, maggio 23, 2004
Così la sera - bambola scolorita e leggera
mi siede sul grembo cercando una culla
una nenia un nonnulla che l'aiuti a passare
le ore notturne. Una vampa m'accende
e ritarda il riposo. Che voglio?
Un lieve respiro vicino al mio collo
un bacio soffiato tra i fili ribelli
scompiglio ai capelli un braccio che giri
attorto alla vita sottile conforto
rubato alle dita
postato da niete26, 14:28 | link | commenti (3)
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