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mercoledì, novembre 17, 2004
ritorno con un racconto
BREVE VIAGGIO
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> Il cartello segnalava traffico intenso e lunghe code, ma per fortuna tutto
> era fluito meglio del previsto e l’auto non aveva perso velocità .
> La pineta di Castelfusano le aveva riportato alla mente alcuni ricordi
> che credeva sepolti del tutto. Non muore mai niente del tutto, aveva
> pensato, non fino a quando la memoria riesce a tramandare le cose vissute.
> Fra i pini di Monte Pellegrino aveva fatto un giorno l’amore con Dino. Era
> un pomeriggio di marzo, la luce filtrava attraverso la fitta rete degli
> alberi e loro si erano accorti, dopo, di una figura che andava in giro
> spiando. Lei aveva provato disagio, si era sentita come frugata, violata,
> lui aveva riso: è un povero matto, non ci conosce nemmeno, cosa vuoi che gli
> importi. Questo ricordo era stato per lungo tempo motivo di fastidio, ma nel
> tempo le aveva procurato tenerezza e rimpianto. Ora, solo indifferenza. Era
> soltanto un episodio fra altri. Il tempo aveva prosciugato tante emozioni.
> Si erano susseguite tante stagioni, nella sua stanza si erano regolarmente
> alternati stufa e climatizzatore, innumerevoli volte sulla sua terrazza i
> cuscini colorati avevano ceduto il posto ai teli cerati.
> Aveva preso dei biscotti dalla sacca posata ai suoi piedi e li aveva
> mangiati con aviditĂ , poi aveva versato in un bicchiere di carta
> un’abbondante dose di succo di frutta. Ingurgitandolo aveva pensato che la
> sua dieta era andata a farsi benedire. Troppe trasgressioni, che però le
> davano una specie di eccitazione, mentre si diceva che appena fosse stata a
> casa avrebbe ripreso le sue regole alimentari. Era come ritornare bambina,
> quando la sera ripassava i buoni propositi per il giorno dopo: niente bugie,
> studiare di più, andare più spesso in chiesa…
> Il tempo dell’infanzia era talmente remoto che le pareva appartenesse
> ad un’altra persona, pure le piaceva indugiare in qualche piccolo
> particolare insignificante e costruirvi sopra fino al punto di non capire
> piĂą dove finiva il ricordo e dove incominciava la fantasia. Erano
> dell’infanzia anche la paura e l’insicurezza che non l’avevano mai
> abbandonata del tutto, e il bisogno di una presenza fisica che colmasse la
> distanza fra sé e il mondo che la circondava. Questo l’aveva spesso condotta
> a scelte sbagliate, a volte soltanto subite: incontri, relazioni, amicizie,
> amanti, tutto pur di vincere la paura dell’isolamento, pur di non perdere il
> legame, seppure effimero, con i suoi simili. Ed era un bisogno incontenibile
> riempire ogni ora di ogni giorno, sfuggire al silenzio anche di un solo
> momento, disertare la casa, accumulare indumenti su sedie e poltrone
> rinviando all’infinito la decisione di mettere ordine. Anche questo breve
> viaggio era il risultato della sua paura, una decisione presa per non patire
> la lontananza da Vanni e per cercare di rinsaldare quello che sperava si
> potesse trasformare in un vincolo duraturo.
>
> Era ancora tutto in gioco. Ancora due giorni, un tempo abbastanza
> lungo per recuperare il periodo della permanenza di Vanni a Milano. Erano
> stati quattro giorni insensati, lui dai suoi figli, lei dalla cugina
> Liliana. Quattro giorni di noia e di pensieri tristi. Il cielo sempre
> grigio, oscurato da intense nuvole che, di tanto in tanto, riversavano
> pioggia; i bambini di Liliana che litigavano urlando, le telefonate di Vanni
> che tardavano ad arrivare. A denti stretti attendeva di ritornare, faceva
> progetti rifiutandosi di tenere conto che oltre alla sua esisteva la
> manifestazione di un'altra volontĂ . Quattro giorni lunghissimi,
> insopportabili se non fosse stato per quel fine settimana in Valtellina dove
> Liliana aveva insistito per portarla. LĂ era riuscita a mettere da parte
> ogni cruccio. Tutto era nuovo e insospettato. Le case si rassomigliavano
> tutte, con i loro tetti di legno, le balconate infiorate di gerani
> multicolori, a ridosso dello Stelvio, superbo nella sua verde magnificenza.
> Un paesaggio da fiaba nordica, dal quale pareva dovessero apparire da un
> momento all’altro gnomi e folletti, così lontano e diverso da quelli della
> sua Sicilia, solari, bruciati dalla calura, circondati dal turchino delle
> acque mediterranee, soffusi di azzurro e di giallo.
> Nel silenzioso torpore generato dal monotono scorrere della strada le
> passavano sotto le palpebre socchiuse le immagini dei giorni trascorsi, ma
> tutto era confuso, ingarbugliato, gli eventi di ieri si intrecciavano con
> quelli di due giorni prima, quello che era giĂ accaduto si mescolava con
> quello che pensava potesse accadere, il tempo passato le sembrava un nastro
> con tanti nodi ancora da sciogliere. Si sentiva sotto l’effetto di
> un’anestesia.
> E in quel vuoto pieno di tante sensazioni irreali le era giunta la
> voce preoccupata di Vanni che sospettava un guasto alla macchina.
>
> Alla prima area di servizio Vanni si era fermato per un controllo.
> No, l’auto non era in condizioni di affrontare il lungo tragitto che ancora
> li aspettava, aveva detto il meccanico, bisognava fermarsi, un giorno o due,
> non era in grado di precisare, occorreva rivedere il motore se non volevano
> correre il rischio di restare bloccati in autostrada. Gli aveva dato
> l’indirizzo di un’officina e una guida degli alberghi. Vanni si era riseduto
> al posto di guida in silenzio, era pallido e nervoso, non si risolveva a
> niente, né a ripartire né a scendere dall’auto.
> "Prendiamo un caffè- aveva detto lei- E’ un banale guasto, risolveremo
> tutto entro domani"
> Dopo il caffé era andata alla toilette. Aveva guardato il suo viso
> riflesso sullo specchio appannato del lavabo: gli occhi erano cerchiati, i
> capelli in disordine, la pelle opaca, inaridita dalla polvere e dall’aria,
> le labbra screpolate. Aveva estratto il rossetto dalla borsa e se l’era
> passato piĂą volte sulle labbra, aveva ravviato i capelli portandoli tutti
> indietro e si era spruzzata alcune gocce di profumo dietro le orecchie e sui
> polsi. Si sentiva un po’ rimessa a nuovo, in grado di affrontare il seguito.
>
> L’albergo sul lido di Ostia li aveva accolti con una folata di vento
> caldo che alzava la polvere e le foglie cadute dagli alberi. Il litorale era
> disseminato di insegne luminose, una gazzarra di luci colorate che non
> riuscivano a smorzare la malinconia della sera autunnale.
> Era una doccia la cosa che desiderava di piĂą, aveva detto, deponendo la
> borsa da viaggio sulla sedia e iniziando a spogliarsi. Gli indumenti
> cadevano uno per uno disordinatamente sul letto, non si era neppure
> preoccupata di tirare le tende nell’ansia di guadagnare per prima la strada
> verso la stanza da bagno. L’acqua che le scorreva addosso le dava un senso
> di liberazione, si strofinava la pelle come se dovesse espellerne uno
> strato, come se da quella abluzione avesse dovuto venire fuori depurata,
> miracolata.
> Si era distesa sul letto avvolta nel telo di spugna, cedendo il bagno
> a Vanni e aspettando che lui le si stendesse accanto. Dopotutto quella sosta
> forzata poteva risolversi in loro favore, aveva pensato, una pausa di
> distensione utile anche ad affrontare il discorso che li riguardava.
> Dopo la doccia Vanni si era messo a letto cupo in volto, gli occhi
> arrossati. Si era allungato sul materasso silenziosamente, con lo sguardo
> perso dentro il bianco del soffitto.
> "E’ soltanto un guasto- aveva detto lei- domani lo faremo riparare e sarĂ
> tutto risolto" Lui si era agitato e si era coperto il viso con le mani che
> iniziavano a tremare. "BisognerĂ sostituire parte del motore- aveva spiegato
> con la voce che si spezzava- non è roba da poco"
> "Va bene -aveva ribadito lei- è solo una questione di soldi"
> Ma Vanni aveva un tremito per tutto il corpo, piangeva.
> "Non ho soldi- aveva detto- ho lasciato a Lidia un assegno per tutta la
> scopertura del mio conto. Era nei guai,confusa, avvilita, disperata"
> Aveva capito tutto: i giorni trascorsi con Lidia e i ragazzi, le
> telefonate che non arrivavano e lui che andava sbandierando ai quattro venti
> come la sua ex fosse stata gentile e disponibile,quasi amabile, come si
> fossero intesi bene su tutto, tanto da aver preso anche in considerazione
> l’ipotesi di un’eventuale riconciliazione. Tutto quello che le aveva
> procurato l’ansia dolorosa di una possibile rottura fra lei e Vanni adesso
> le appariva sotto una luce nuova, quella vera: Lidia aveva soltanto circuito
> Vanni con l’intento di prosciugare le sue risorse economiche, lasciandolo in
> preda alla sua nevrosi e alla sua labilitĂ emotiva.
> Il mio prossimo uomo, aveva pensato, saltando completamente la fase
> del compatimento, se mai ci sarĂ , dovrĂ essere ricco e senza problemi.
> Si era alzata. Il telo di spugna le era scivolato e lei si era
> ritrovata nuda davanti allo specchio. Aveva guardato il suo corpo con
> attenzione critica. Che cosa ho che non va, si era chiesta, per attirarmi
> sempre addosso le storie piĂą impossibili. E aveva ripensato al passato, a
> tutte le sue storie d’amore senza lieto fine e a tutte le amarezze che le
> avevano lasciato. Per chiudere una storia, anche la piĂą infelice, aveva
> avuto bisogno di iniziarne un’altra e per questo non aveva mai capito a
> tempo in cosa si imbarcava. Andava avanti come nel gioco della mosca cieca,
> senza sapere mai di chi era la spalla che aveva sfiorato con le dita. Era
> stata una catena, un anello dentro l’altro. Un passaggio di testimone, una
> staffetta, ma al traguardo della serenità e della pienezza d’amore non
> l’aveva mai condotta nessuno. Tutti gli uomini che aveva conosciuto le
> avevano recato in dono i loro problemi, le loro situazioni pregresse, la
> loro instabilitĂ , spesso la precarietĂ delle risorse finanziarie che aveva
> fatto di tutto per risanare.
> Vanni guardava le sue nuditĂ senza vederle, le mani strette al
> lenzuolo. Gli si era avvicinata e si era accorta che i nervi lo stavano
> vincendo. Allora aveva aperto la valigetta di lui ed aveva cercato il
> Valium. Ne aveva versato alcune gocce nel bicchiere che stava sul tavolo, vi
> aveva aggiunto dell’acqua e glielo aveva porto. Lui aveva seguito le sue
> mosse inebetito, aveva preso il bicchiere con tutte e due le mani e ne aveva
> inghiottito il contenuto tutto d’un fiato.
> Ora mi toccherĂ pure consolarlo, aveva pensato, e per un attimo aveva
> provato un moto di compassione. Si era chinata su di lui, lasciando che i
> suoi seni gli sfiorassero il petto. Cercava di stabilire un contatto fisico
> che allentasse la tensione e riportasse le cose ad una dimensione meno
> greve. Lui le si era avvinghiato come ad un ceppo incontrato fortunosamente
> durante un naufragio. Non parlava ma si stringeva a lei e la guardava come
> se volesse dirle delle cose che però non riusciva a dire. Allora gli aveva
> accarezzato la guancia col dorso della mano e aveva detto: "Sta’ tranquillo,
> penserò io a tutto"
> Quelle parole pareva lo avessero calmato, si era assopito e lei si era
> sentita irrimediabilmente sola in quella stanza estranea, in quell’ambiente
> anonimo che tutti gli effetti personali non riuscivano a personalizzare.
>
> Dalla finestra guardava il mare. Era scuro ed agitato per via del
> vento che sollevava tutt’intorno mulinelli di sabbia. Sulla spiaggia gli
> ombrelloni chiusi erano piccoli alberi ischeletriti . Nel gazebo di sotto
> all’albergo le poltroncine bianche e rosse di resina erano poggiate ai
> tavoli in una posizione d’abbandono. Le giungeva, attraverso i vetri
> sporchi, un’atmosfera da sobborgo di periferia. Si era chiesta dove fosse
> finita la magia di quel luogo e se mai fosse esistita. Ora quel posto non
> era che un ammasso di costruzioni che avevano invaso ogni piĂą piccola
> porzione di spazio. Restava solo il mare.
> Sono troppo stanca, aveva pensato, tutto mi appare in una luce triste..
> Ritornando ogni cosa riassumerĂ le giuste proporzioni. Anche il viaggio, con
> tutte le insofferenze ed i cattivi pensieri, le si sarebbe ripresentato come
> qualcosa di piacevole, un intermezzo del quale avrebbe ricordato le fasi
> migliori. Ma non riusciva ad immaginare il seguito, tutto era ipotetico,
> imprevedibile, solo la sua ansia, la solitudine di tanti giorni vissuti
> nell’altalena del sì e del no erano una realtà immaginabile.
> Il centralinista dell’albergo le aveva passato la telefonata di Vanni.
> Le diceva che ne avrebbe avuto per tutto il pomeriggio, ma che l'avrebbe
> raggiunta nell'intervallo del pranzo, che prenotasse, sì, certo, al
> ristorante dell’albergo, era più comodo, se tutto andava bene si sarebbero
> rimessi in viaggio in serata. Sembrava non avere vissuto l’abbandono e lo
> scoraggiamento della sera prima, quella forma di muta disperazione che lo
> aveva consegnato al totale sconvolgimento dei nervi.
> Quando al mattino si era alzato sembrava rinvigorito, recuperato alla piena
> padronanza di sé ed aveva atteso alle consuete pratiche mattutine senza fare
> alcun riferimento ai fatti della sera prima. Era uscito come sgravato, senza
> mostrare segni di nervosismo o di preoccupazione. L’aveva abbracciata e
> nell’abbracciarla aveva cercato di stabilire un’intesa che preludesse ad un
> contatto piĂą profondo. Come se avesse voluto aprirle la vestaglia e
> distenderla lì, su quel letto, nuda, e fissarvela come una farfalla
> imbalsamata, nell’attesa del suo ritorno.
> Il vento sbatteva alla finestra, fischiava attraverso le stecche delle
> tapparelle e passando per gli spifferi gonfiava la pesante tenda verde.
> Aveva tolto dalla borsa il libretto degli assegni, aveva segnato una
> cifra e lo aveva firmato. Lo aveva deposto sul tavolino da notte fermandolo
> con il pesante e dozzinale posacenere di vetro.
> Al tassista che l’aspettava sotto la cupoletta di plexiglas
> all’ingresso dell’albergo aveva detto, con voce sicura:
> "Alla stazione, prego"
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postato da niete26, 15:35 | link | commenti (5)
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